Cronaca/1 – Intervistare i giovani senza ascoltarli

No. Non è stata trattata in maniera diversa da molte altre notizie. E’ stato usato lo stesso metodo utilizzato per il piccolo Tommy. Lo stesso modo che cerca con le parole di inquadrare lo strazio, la lacrima di dolore, che fa sì che il giornalista parli con chi è stato più vicino alla vittima per poterne descrivere lo sguardo abbassato, la voce soffocata, il tremore delle labbra. E’ la scuola che pretende che il quotidiano scriva tutto ed anche di più.


Il volo di Simone dalla finestra del Liceo Doria è la notizia.
Sin dalla prima pagina (Repubblica-Il Lavoro, 13 aprile) sappiamo che il ragazzo suicidato era figlio di uno psichiatra e di una psicologa. Sappiamo dove abitava. Che aveva due sorelle. Viene descritta l’impotenza di chi ha assistito al volo – un benzinaio – e di chi, l’insegnante, non è riuscito a fermare il gesto. Il dovere di cronaca offre un box in cui si ricorda il suicidio nel 2000 di un’insegnante dello stesso liceo. Motivazioni? Anoressia. Depressione. Divorzio.
L’articolo è corredato da diverse fotografie: la scuola, un primo piano del preside, i motorini sui quali si è schiantato Simone, l’abbraccio straziato di due ragazze. Poi le ragioni: “era un po’ taciturno, timido”, “non aveva una ragazza”, “una sensibilità particolare” ma faceva parte “di una famiglia unita, serena, particolarmente attenta ai loro figli”. Intervistano la madre che “piccolina, minuta piange. E rivede, con chi le sta accanto, immagini della vita di casa: Simone che studia e si chiude in stanza con il computer e la musica”. Il quartiere bene. La passione per la musica.
Ci viene anche detto che il preside “non si dà pace: non si può perdere così un ragazzo, non si può”. Nei giorni successivi si sussurra che “Simone ci aveva già provato” dalla stessa finestra e che il suo “disco preferito era The dark side of the moon”. E c’è la testimonianza della nonna “tailleur grigio e collana d’oro” che dice: “Siamo distrutti era un ragazzo sereno, non sappiamo proprio cosa possa essere successo. Dietro di lei la nipote più piccola gioca sul pavimento, la più grande è in piedi nell’ingresso”.
Nell’articolo accanto l’intervista a Paolo Crepet – perché sempre lui? – descrive i disagio, il conflitto, il desiderio del genitore che il figlio dipenda da lui. Parla di “una scuola al centro del problema, che non funziona, al di là delle riforma”, rassicura il lettore che “i suicidi degli adolescenti sono due all’anno, in Italia, un dato che non cambia. Quello che è in aumento, invece, è l’idea del perdersi, del non farcela”.
La morte di Simone è stata spalmata sulle prime e seconde pagine. Il suo funerale chiude il sipario un giornalismo almeno imbarazzante. Che intervista i giovani ma non li ascolta, che descrive i loro gusti musicali ma non li capisce, che racconta gli ambienti senza comprenderli.
Simone e la sua famiglia meritavano di più.
(Giulia Parodi)