Grillo-pensiero. Comunità globali o solitudini abissali?
Adamo, nel III millennio, ha come foglia di fico un portatile, sulle orecchie un paio di cuffiette stereo. Adamo, nudo sulla spiaggia, racconta (Internazionale n° 589) che “l’ultima spiaggia” per difendersi dagli attacchi alla libertà (di pensiero, d’azione) è internet, la rete: da qui la comunità globale può non sentirsi sola, compiere gesti significativi, trovare informazioni altrimenti negate e agire, aggirando le barriere imposte dallo strapotere delle “economie”.
Una Sibilla? No, Beppe Grillo, semplicemente. Dallo spettacolo genovese alle pagine di “Repubblica – Il Lavoro” (domenica, 8 maggio), il suo pensiero viaggia sul blog (www.beppegrillo.it) e negli straripanti spettacoli cui assistono migliaia di italiani.
Basta la rete? Questa è anche la domanda cui si è tentato di dare risposta il 6 maggio, nel corso di un dibattito tenutosi nell’Aula Magna dell’Università fra Giulietto Chiesa e Carlo Gubitosa. Stimolati dalle domande d’un pubblico che ha dirottato la questione sul tavolo (l’informazione in guerra) verso la camaleontica “versatilità” dei politici e degli intellettuali (leggi: giornalisti) nostrani, i due relatori hanno dovuto rispondere alla domanda: “Noi, cosa possiamo fare?”
Qui le strade si sono, in parte, divise. Gubitosa, raccontando la nascita e la crescita d’una esperienza nata in sordina, come quella di PeaceLink, si è trovato sulla stessa linea di Grillo. Chiesa, al contrario, ha sottolineato il valore senz’altro ineludibile della “rete” ma ne ha messo in evidenza anche tutta la “parzialità”, non come strumento d’informazione o d’azione, ma come strumento tout court, oggi, di fronte all’altro media, molto più invasivo: la televisione.
E’ solo questione di numeri? Ossia, come ricorda Grillo nel suo spettacolo, è solo una conseguenza del basso grado “d’alfabetizzazione”, tutta italiana, al nuovo universo che si scopre entrando in rete? Forse.
Ma Chiesa ci ricorda altre cose: l’elevato sviluppo della rete in USA, non corrispondente ad un equivalente “peso” della “società civile”, la “mutazione antropologica” che ha condotto l’uomo verso una deriva di solitudine, col nuovo centro di gravità rappresentato dal tubo catodico.
E se Gubitosa offre una via di reazione nelle nuove esperienze d’inversione di senso cui, per esempio, sono sottoposti i cartelloni pubblicitari (negli Stati uniti ci sono gruppi che hanno trovato in questa pratica una forma di espressione del proprio dissenso alla società dei consumi), il problema è: come possiamo raggiungere il vicino di casa assonnato da Maurizio Costanzo o dalla overdose di calcio, cosa possiamo fare per i nostri figli che già oggi, come dichiarano pedagogisti e psicologi, sono abituati a far colazione guardando la TV? E noi, come ci sentiamo, oggi?
Jonathan Franzen, in “Come stare soli”, dava ai lettori tutta la drammatica vastità dell’alienazione americana, sia “navigata” che sfruttata, sia nelle grandi che nelle piccole città. Per lui il problema non era la tutela della privacy, ma al contrario, l’abissale “privacy” cui siamo sottoposti, anche quando pensiamo d’entrare in contatto col mondo, attraverso la rete.
Certo, nuovi modi di comunicare definiscono nuove forme di relazione e trasformano gli atteggiamenti, oltre che le strutture del pensiero. La strada da percorrere, forse, parafrasando il romanziere americano, è “come non stare soli”, accettando la sfida d’incontrarsi nuovamente nelle piazze, siano esse più o meno virtuali.
(Tania Del Sol)