Acciaio/2. La sicurezza all’ILVA? Meglio non parlarne

Il palco del Teatro Modena ospitava con eleganza una vasta rappresentanza della città chiamata a discutere di una “idea” industriale che va decisamente al cuore del nostro futuro produttivo, occupazionale e ambientale.


Molti i punti di vista rappresentati: industria, politica, cultura, chiesa, sindacato, stampa, territorio.
Colpisce quindi che tanta completezza abbia prodotto una grande omissione: nessuno, infatti, ha detto che la qualità, e quindi l’accettabilità, del progetto verranno valutate anche sulla base delle soluzioni impiantistiche, tecniche ed organizzative, e degli investimenti, necessari per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori.
La questione della sicurezza è stata invece saltata a piè pari, come se fosse una questione “a parte”, da tenere ancora dietro al sipario, anziché elemento integrante ed inseparabile di un progetto industriale su cui fondare una scommessa di competitività.
Eppure, nel caso in questione, non si tratta di argomento secondario: gli infortuni in ILVA sono molti (871 nel 2004, su un organico di circa 2.600 persone), non leggeri (durata media di 13 giorni), e, se pur in diminuzione nel complesso dello stabilimento (la loro frequenza cala circa dell’8 % rispetto al 2003), diminuiscono assai meno nelle aree a maggior rischio e, in alcune di queste, sono addirittura in crescita come (guarda caso) all’altoforno, dove tra 2003 e 2004 si è avuto un incremento della frequenza infortunistica del 43 %.
Agli infortuni vanno poi aggiunte le malattie, assai più insidiose, meno misurabili, ma egualmente in grado di abbreviarti e renderti più penosa la vita. A me pare quindi pazzesco che mentre il conflitto di questa fabbrica col territorio è da anni oggetto di un discorso pubblico, la vita e la salute di chi ci lavora siano vissute da tutti come una faccenda interna tra imprenditore e sindacato, come se il futuro dei giovani che sono andati (e che andranno) a lavorarci non fosse questione di primaria importanza per tutta la città.
A proposito: anche qui sarebbe meglio sfatare qualche mito e guardare la realtà per quella che è: non è vero, come ha detto Burlando, che l’ILVA ha rappresentato per molti giovani un lavoro duro, ma col pregio della stabilità. Vero è, invece, che ha rappresentato un lavoro duro con la “speranza” di una futura stabilità, da pagarsi al prezzo di due anni di contratto a termine, sotto il ricatto della mancata conferma alla scadenza. Rilevanti le conseguenze proprio sul piano della sicurezza, come sa benissimo l’azienda che non ha trascurato di analizzare il rapporto (molto stretto) tra indici infortunistici e indice di sostituzione del personale, e come sa benissimo il sindacato che ha fatto della graduale riduzione dei contratti a termine (a fine 2003, a Cornigliano, erano il 27% degli occupati) uno dei punti forti dell’accordo di gruppo del 2003.
(Paola Pierantoni)