San Martino. Il panorama di macerie di una cattiva gestione

L’Azienda Ospedale Università di San Martino da tempo si propone l’obiettivo di conseguire la qualifica di “eccellenza”, a ciò forzata dalle grandi competenze mediche ospedaliere e universitarie che da sempre la caratterizzano.


Peraltro l’esperienza quotidiana dà dimostrazione delle difficoltà che sussistono nella coesistenza collaborativa e sinergica delle suddette competenze, difficoltà accentuate dalla scarsa chiarezza che regna sotto la “cappa di San Martino”, ove nessuno sa quello che succede e ancor meno quello che potrebbe succedere, e gli operatori sanitari, medici e non, con poche eccezioni per qualche privilegiato, si trovano di fronte a decisioni unilateralmente assunte dalla dirigenza aziendale e dichiarate per lo più solo a cose fatte.
Ma che cosa è stato fatto, alla fin fine, in questo quinquennio di attività dello staff dirigenziale “importato” dall’Emilia (il quale decadrà ai suoi vertici il 30 giugno 2005)? La risposta, formulata con il dovuto equilibrio, è impietosa: “nulla di più e forse qualcosa di meno di quello che uno staff dirigenziale di estrazione ligure avrebbe fatto”. Sono state rispettate le priorità riconosciute? Quale prezzo si è pagato per fare quello che si è fatto? Quesiti, questi, da affrontare evitando di mistificare pane per vino e vino per pane.
È arcinoto che il perfetto funzionamento dei servizi di laboratorio e di radiologia condiziona drammaticamente i tempi di attesa dei ricoverati. Orbene, un qualche lavoro è stato fatto per i laboratori, peraltro da sempre ben funzionanti, ma poco o nulla per i servizi di radiologia. Basti pensare che, a differenza di quanto avviene in altre realtà ospedaliere genovesi e liguri, al San Martino non esiste un compiuto e qualificato sistema informatico di archiviazione e comunicazione delle immagini (il ben noto PACS) che radicalmente muterebbe tempi di attesa, di espletamento, di refertazione e di archiviazione delle indagini.
La dirigenza aziendale, per di più, si è sbizzarrita nel tentativo di smantellare, quasi per un vero e proprio “complesso”, collaudate competenze universitarie, e lo ha fatto attraverso il mancato rinnovo di apparecchiature radiologiche tradizionali, TC e RM (in parte sostanziale di dubbia utilizzabilità se non obsolete); poi attraverso il dirottamento delle competenze assistenziali specifiche; infine attraverso i tentativi di ridurre il numero delle U.O. riconosciute dalla Convenzione Regione/Università, rimasti tali grazie all’intervento fermo e attivo dei vertici universitari.
Ma problema ben più preoccupante è quello che si sta pagando per la politica di sopraffazione nei riguardi del personale medico: manca il “prodotto sanità” e il risultato gestionale, indipendentemente da ogni giudizio sulla qualità del lavoro della dirigenza aziendale, diviene pessimo. Basta constatare che la mobilità extraregionale ha avuto un incremento repentino e insopportabile proprio negli ultimi due-tre anni.
L’eccessiva verbosità, una costante autoincentivazione pubblica, la tendenza ad agire in termini di simpatie e antipatie personali, ha indotto a molteplici fughe di medici di grande valore verso altre sedi: un patrimonio culturale e pragmatico ligure dilapidato senza un perché e soprattutto senza un momento preliminare di riflessione sulle conseguenze. Il cittadino ligure, in ciò, con le sue scelte di cura, si esprime chiaramente attraverso la citata drammatica emigrazione verso le Regioni limitrofe alla ricerca di prestazioni qualificate, spesso effettuate da medici che precedentemente operavano presso la nostra Regione. Questa scelta, secondo dati di fonte regionale, costa alla collettività almeno 40 milioni di euro all’anno.
La frattura, ormai difficilmente sanabile, con gran parte della classe medica, si accentua di giorno in giorno e molti, in attesa della decadenza fisiologica del mandato dirigenziale, non si sorprendono nel sospirare “Quo usque tandem, Catilina…”.
(g.c.)