Città. Il trasporto pubblico? Era cultura operaia

Un tempo l’espressione “cultura operaia” era sulla bocca di tutti: sindacalisti e gente di partito, ma anche insegnanti, giornalisti, imprenditori… Genova aveva un rapporto particolare con la cultura operaia: nell’idea che la città si faceva di sé non era secondaria la presenza significativa di fabbriche e di operai.


Alla base della cultura operaia c’era la convinzione della superiorità del pubblico sul privato, della necessità di incrementare le risorse comuni per assicurare ai cittadini – uso parole di oggi – pari opportunità nell’esercizio della cittadinanza. L’idea, invero, era già della borghesia liberale di fine Ottocento, ma il movimento operaio l’aveva reinterpretata e fatta sua. Nella cultura operaia c’era un’idea forte di comunicazione. Oggi si fanno convegni per spiegare quanto sia importante la comunicazione, ma di comunicazione ce n’è sempre meno. Un tempo le fabbriche erano luoghi di comunicazione e di cultura, dove passava una generale buona informazione non solo della politica e dell’economia nazionale e internazionale, ma anche dei problemi specifici della città: si poteva abitare a Camporsella e sapere tutto di Sant’Ilario di Nervi o di san Carlo di Pegli. Nella cultura operaia c’era l’idea dei servizi come elemento irrinuciabile del patto sociale. La città si allargava e toccava al trasporto pubblico assicurare la circolazione delle persone. Per lavoro o per divertirmento (e cioè anche di domenica). Chi abitava nelle delegazioni operaie, dove il Teatro Stabile faceva nel secondo dopoguerra il pieno di abbonamenti, trovava all’uscita dagli spettacoli i mezzi per tornare a casa. Identificarsi con la città era possibile anche perché la città era percorribile di notte e di giorno, muovendo da tutta o quasi la sua periferia (che poi periferia non era, perché risultato dell’accorpamento di grandi comuni in uno spirito di parità di cui proprio la cultura operaia era garante).
Naturalmente, quando c’erano gli operai e le fabbriche, non tutto andava nel migliore dei modi. L’inquinamento, ad esempio, era anche peggiore di adesso. Garrone (padre), ad esempio, riempiva di liquami il greto del Polcevera e di puzze la collina di San Biagio. Tutti, però, pensavano che fosse una cosa riprovevole rese possibili solo dal fatto che Genova era amministrata dagli amici di Garrone e del cardinale. Infatti a Bologna non si vedevano.
Gli operai non ci sono più e molte altre cose sono scomparse. Importanti risorse pubbliche vengono alienate per sanare bilanci che nel giro di qualche settimana sono di nuovo da sanare. E sono perse per tutti. L’informazione che si faceva nelle fabbriche lascia il passo agli abominevoli prodotti delle tv nazionali e locali. I trasporti sono pochissimi la domenica, pochi il sabato, rari negli altri giorni e con orari che sembrano ignorare come il tempo vissuto si sia spostato verso la notte. E qui, operai o no, i nostri amministratori dovrebbero dirci in quale città intendono farci vivere e a quali criteri intendono ispirarsi: più “pubblico” (meno traffico, meno rumore, più trasporti, più comunicazione) o più “privato”? e quale privato?
L’assessore al traffico Merella è stato uno dei primi a rispondere. Il 2 gennaio 2005 ( quotidiani del 3 genn.) ha dichiarato:”Alla fine del mandato, cioè nel 2007, avremo realizzato 10mila parcheggi, soprattutto sotterranei che liberano altrettanti posti in strada: lo avevamo promesso nella conferenza strategica”. Ecco, appunto.
(Manlio Calegari)