Informazione – La Rai lancia le donne nella macchina del tempo
Grande il fascino dei viaggi nel tempo. Ed è difficile dire se seduca di più l’idea di andare a vedere cosa succedeva davvero, quotidianamente, negli anni dietro di noi, al di sotto della trama dei libri che abbiamo letto, o quella di buttare uno sguardo in avanti, negli anni di cui non avremo nemmeno questo: del resto è uno dei gran dispiaceri del morire quello di non poterne sapere proprio niente. Questo tarlo ha iniziato a roderci da metà ‘800 in avanti: Jules Verne (Dalla terra alla luna, 1865); Mark Twain (Un americano alla corte di Re Artù, 1889); H. G . Wells (La macchina del tempo, 1889) hanno aperto la strada che poi la fantascienza ha percorso in lungo e in largo.
Però la teoria della relatività ci ha fatto uscire dalla fantasia pura: la dimensione del tempo si è aggiunta alle altre tre, ed abbiamo lasciato dietro di noi l’universo Newtoniano, per giungere a quello Einsteniano in cui il dato universale non è più il tempo ma la velocità della luce, con la conseguenza che il tempo scorre diversamente per due osservatori che si muovano a diverse velocità, fino all’estremo per cui “Un orologio che si muove alla velocità della luce è praticamente fermo. In quello speciale sistema di riferimento si perde la nozione del tempo…” (vedi Sander Bais “Relatività – Guida illustrata molto speciale” Edizioni Dedalo).
Applicazioni pratiche, concrete, che tocchino la nostra quotidianità? Finora niente, però…
Però qualcosa si sta muovendo: esperimenti condotti in grande segretezza nel quadro di un progetto internazionale in cui l’Italia potrebbe avere un ruolo significativo. Alcuni osservatori ipotizzano anzi che il progetto stia entrando in una fase più avanzata, e che dalle prove di laboratorio si stia passando – ancora in forma non dichiarata – a interventi nel reale. Negli ultimi tempi, infatti, sono stati registrati episodi di palese rottura della continuità spazio temporale nel corso di due edizioni del TGR di Radio3. Primo episodio: in una notizia sull’andamento dell’età media in Europa ha fatto improvvisamente irruzione la frase: “In Italia, dove solo una donna su due lavora, il sesso debole arriva agli 84 anni di età”. Secondo episodio: in una cronaca sul fatto del padre obbligato a passare l’assegno alla figlia trentenne si è ascoltata la frase “E dovrà corrisponderlo almeno fino a quando la ragazza non troverà il suo Principe Azzurro”.
Alcune sessantenni ci hanno riferito di avere avuto sintomi di spaesamento, vertigine, senso di irrealtà, seguiti da stato depressivo. Era una trentina di anni che non sentivano espressioni come “sesso debole”, “principe azzurro”.
Fatta salva la libertà di ricerca scientifica, esprimiamo forti riserve sulla legittimità etica di esporre la popolazione ignara a questo genere di esperimenti.
(Paola Pierantoni)