Lavoro – La filiera dell’insicurezza

Venerdì scorso al circolo Guglielmetti di Staglieno qualcuno si è domandato che fine avesse fatto il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo che marciava compatto verso il futuro. A rispondere è stato il sociologo Salvatore Palidda, lì per presentare la ricerca “Infortuni e malattie professionali. Cosa ne pensano i lavoratori?”. Il quadro si è trasformato in un puzzle di cui mancano addirittura i tasselli, oscurati dall’illecito. Palidda non parla attraverso i numeri evocati dai media o declamati dal volto contrito del politico di turno, ma con la consapevolezza di una ricerca scientifica, commissionata da Regione Liguria ed Inail, condotta con eticità sul campo, battendo la Liguria da Levante a Ponente, dalla nautica spezzina all’agricoltura della piana di Albenga, ascoltando generazioni di lavoratori di diversa provenienza.


Tre sono gli elementi che autoalimentandosi stanno alla base dell’atomizzazione dei lavoratori: si tratta del ritmo di lavoro incessante, dettato dalla competizione, dei subappalti a castello e dei contratti flessibili.
Il lavoratore si ritrova monade in una rete di rapporti spezzata. La sopravvivenza quotidiana la vince sulle garanzie acquisite in anni di lotte operaie. Anche la sicurezza è precaria.
La trasmissione delle esperienze dalle vecchie generazioni alle nuove è annullata dall’atipicità dei contratti. Gli anziani in azienda guardano ai nuovi arrivati come a dei marziani dai ritmi forsennati, con i quali è difficile condividere la quotidianità. È così che, dove anche in passato la cultura della sicurezza ha stentato ad attecchire, comportamenti rischiosi, diventano abitudine, litania anestetizzante del “è sempre andato tutto bene”. Peccato però che la serie matematica dell’imprudenza non sia sempre positiva. Nell’indagine video di Michele Ruvioli e Lorenzo Navone, che accompagna la relazione, gli intervistatori, loro stessi precari e destinatari degli interi proventi della ricerca, domandano agli intervistati perché non si rivolgono ai responsabili della RSU oppure non rivendicano in gruppo più sicurezza. La risposta quasi unanime è che si sentono minacciati, passibili di licenziamento. I responsabili della sicurezza vivono una situazione straniante. Se non sono veterani smaliziati, sono giovani precari che si caricano sulle spalle tutte le responsabilità nella speranza di un rinnovo di contratto. Sui lavoratori immigrati pende lo spauracchio del rinnovo del permesso di soggiorno, su tutti quello della fila infinita di chi attende un posto di lavoro a qualsiasi condizione. Così si tira avanti, nel rischio quotidiano.
L’ispettorato del lavoro, dai ranghi ridotti all’osso, si limita quasi esclusivamente all’attività impiegatizia. Dagli anni ’70 ad oggi i sindacati, forse intimoriti dalla controparte, sembrano battere la ritirata, riducendo il loro ruolo a pallido mediatore commerciale tra aziende e lavoratori.
I grandi numeri ufficiali delle morti bianche non sono la realtà, ma la punta di un iceberg, sotto la quale la catena deresponsabilizzante del subappalto prolifera e nasconde il mondo del lavoro sommerso e dell’illecito. Non si conoscono i numeri degli incidenti in nero, tanto meno i materiali e gli strumenti impiegati. La clandestinità, doppiamente costretta al silenzio, è funzionale.
Palidda aveva chiesto la garanzia che la ricerca non si tramutasse in letteratura grigia da cassetto. Speriamo che ciò si avveri, che “un altro mondo” sia davvero possibile, che si torni a prendere tempo e spazi, ricucendo la rete dei rapporti.
/it.wikipedia.org/wiki/Testo_Unico_Sicurezza_Lavoro
(Alisia Poggio)