Acciaio – Prove di lettura del rebus Ilva
“Caro Prefetto, venga all’Ilva”. Riva scrive a Romano: vedrà che gli impegni sono rispettati (Repubblica-Lavoro, 28 agosto 2007). Proviamo a fare il punto sulla colata di parole apparse sulla stampa locale negli ultimi due mesi in merito alla questione acciaio.
Segue breve sintesi dei fatti. Marzo: convegno sul superamento della siderurgia a Cornigliano, presente il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Maggio: iniziativa della Regione Liguria di apertura alla cittadinanza della aree ILVA restituite alla città con omaggio di bulloni facenti parte di uno dei due gasometri demoliti; ed elezioni comunali. Luglio: Riva ottiene la cassa integrazione ordinaria per 460 addetti – da aggiungere ai 650 già in cassa integrazione straordinaria – causa la crisi della banda stagnata. In luglio inoltre sono apparsi sul Secolo XIX gli articoli a firma Paolo Crecchi, vera e propria inchiesta relativa all’incerto futuro occupazionale sulle aree assegnate a Riva, nei quali appaiono interventi di politici, terminalisti, sindacalisti relativi ad un eventuale migliore futuro utilizzo di aree e maestranze. Parola chiave distripark: avrebbe assorbito più personale? C’è stato un errore di valutazione nell’accordo di programma? E le banchine affidate a Riva?
Certezza su terapia e cura viene data da Claudio Burlando sul il Secolo XIX proprio nell’inchiesta “Tradimento Acciaio” a cura di Crecchi: “il porto inteso come terminal può creare occupazione. Il porto logistico evidentemente no” dice il presidente della Regione che aggiunge: “…in due anni non un operatore portuale si è fatto avanti per le aree lasciate libere dalle acciaierie…teniamoci cari i 2000 – 2500 posti di lavoro dell’acciaio. Il distripark, per ora lo ha fatto Riva. A Cornigliano l’acciaio arriva, viene lavorato e riparte. Produce ricchezza, va bene così”.
Il sindacato Fiom avverte: “I posti non verranno tagliati”, “Vigileremo”. Se non fosse per Stefano Milone della Fim Cisl che dichiara: “Abbiamo avuto tutti troppa fretta di chiudere. Burlando, appena eletto in Regione, voleva far vedere che lui sarebbe riuscito dove Biasotti aveva fallito. Noi del sindacato ci siamo limitati a pretendere che non fosse sacrificato neanche un lavoratore, senza sottilizzare troppo sui posti di lavoro che alla fine sarebbero rimasti davvero. Riva ha fatto i suoi interessi come sempre: e li ha fatti maledettamente bene, e in ogni caso è l’unico che ha mantenuto la parola. Non ha licenziato nessuno” precisando: “l’operazione addio al caldo ci è costata mille posti di lavoro. Un terzo dell’organico dell’Ilva nel 2004, quando eravamo appunto 3000. Potevamo permettercelo?”
Alla Festa dell’Unità il 1° settembre Cesare Damiano ammonisce: “Come sempre bisogna basarsi sugli accordi stipulati e tentare una loro applicazione, pensando al benessere dei lavoratori che per noi è l’obbiettivo principale”.
Ad un anno dalla scadenza dell’accordo di programma – luglio 2008 – l’operazione ha prodotto la fuoriuscita temporanea dal ciclo produttivo di circa mille persone, la sospensione della linea di stagnatura, la messa in cantiere di nuovi spogliatoi, di una terza linea di zincatura, di una centrale elettrica ad olio di palma. Sul resto la proprietà preferisce non sbilanciarsi, per non offrire informazioni riservate alla concorrenza. Domande: quanti addetti assorbe una linea di zincatura? In quali uffici saranno destinati gli impiegati? L’applicazione nel 2008 dell’accordo di Kyoto non prevede una riduzione della produzione a Taranto? Che ne sarà allora di Genova e Novi Ligure?
Con quale spirito si affronta un impegno trasformatosi in fastidiosa incombenza?
(Giulia Parodi)